E’ stata illustrata ieri dal Presidente dell’INPS alla Camera durante un’audizione. Uscita a 63 o 64 anni incassando solo la quota contributiva maturata a quella data purché sussistano almeno 20 anni di contribuzione. Anticipo della quota contributiva della pensione a partire sin dai 63 o dai 64 anni per superare Quota 100, in scadenza a fine anno. 

Si tratterebbe di una uscita anticipata a 63 o 64 anni (da adeguare alla speranza di vita) con la quale l’assicurato incassa solo la quota contributiva della pensione (sostanzialmente quella maturata dal 1° gennaio 1996 in poi) maturata alla data del pensionamento. Per l’assegno completo, con la quota retributiva, bisognerebbe invece aspettare l’età di vecchiaia, 67 anni. La proposta che riguarderebbe solo chi ha raggiunto almeno 20 anni di contributi e soddisfa un rateo pensionistico mensile pari o superiore a 1,2 volte l’assegno sociale (cioè 552 euro al mese), sarebbe incumulabile con altri redditi (da lavoro dipendente o autonomo) o altri indennizzi (es. ape sociale).

L’ipotesi, secondo Tridico, è sostenibile dal punto di vista finanziario: 453 milioni nel 2022 che salirebbero fino a 1,165 miliardi nel 2025 e risparmi che scatterebbero dal 2028. Essendo un anticipo di cassa il costo sarebbe zero e consentirebbe il pensionamento di 50mila lavoratori in più nel 2022, 66mila nel 2023, 87mila nel 2024 divenendo un canale aggiuntivo rispetto all’Ape sociale, anch’esso prorogato ed ampliato a nuove platee tra cui: benzinai, forestali, magazzinieri, saldatori, portantini, chi conduce macchinari in miniera, falegnami, alcuni operatori sanitari non ancora coinvolti, i fabbri, i conduttori di impianti, i saldatori, e gli operai forestali, gli operatori della cura estetica. Per Tridico l’estensione delle platee dei lavoratori gravosi potrebbe costare quasi 127 milioni il prossimo anno.

Molto più costosa, invece, una generalizzazione della cd. Quota 41 per tutti i lavoratori. L’ipotesi, secondo le proiezioni effettuate dall’INPS, costerebbe il prossimo anno 4,33 miliardi per poi crescere negli anni successivi fino a 9,75 miliardi e iniziare una lenta discesa a 9,2 miliardi nel 2031.

Per i sindacati la proposta sarebbe un passo importante ma non sufficiente e tornano a ribadire la necessità di prevedere un’uscita stabile a 62 anni o con 41 anni di contributi a prescindere dall’età anagrafica. Le parti sociali, peraltro, chiedono di sterilizzare subito gli effetti negativi della caduta del Pil, perché non basta la tutela dell’accordo del 2015. Il tema è all’attenzione del governo, che nella prossima manovra – attesa in Parlamento entro il 20 ottobre – dovrà affrontare il tema e trovare una soluzione allo scadere di quota 100.

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